Narcotizzati ed imbambolati, purtroppo.

L’impressione che si viva narcotizzati e imbambolati da ed in un sistema dove il consumismo è la sola strada voluta è sempre più forte.

Sono dell’idea che sia semplice e dovrebbe essere stata immediata la decisione di interrompere gli acquisti di gas dalla Russia alla quale diamo più di un miliardo al giorno che viene usato in parte per l’acquisto di carrarmati, armi, spese militari e guerra. Le conseguenze? Sicuramente meno gravi di un solo bambino morto in guerra.

Altra evidenza di questo conflitto che scalfisce il mio stato di narcotizzato, è constatare quanto l’economia globale e di ciascun singolo stato dipenda dalle materie prime e da quanto più ciascuno stato, nazione, dittatore, sia capace di sfruttare le risorse della terra. Risorse che non sono infinite e che nell’ottica di voler garantire un futuro all’umanità dovremmo obbligare a preservare integralmente. E’ dall’elementari invece che mi raccontano quanto siano importanti le risorse naturali per le economie delle potenze del mondo, mai nessun insegnante mi ha evidenziato a sufficienza invece che sia uno scandalo lo sfruttamento di tali risorse. Non ho mai focalizzato autonomamente prima d’ora a sufficienza che invece tali risorse sarebbero da custodire da tali potenze non da sfruttare.

La stampa, il giornalismo non ci ha svegliato da questo torpore, anzi ci aiuta ad addormentarsi non raccontandoci le guerre del mondo, la fame, le morti e le sofferenze. O lo fa solo per ammonire del rischio ma non urla mai l’esigenza di cambiare velocemente il governo del mondo.

E’ anacronistico il sistema dei paese e delle nazioni. Solo un unico governo dell’intero pianeta potrebbe permettere di ridistribuire le ricchezze, di alleviare le sofferenze, di ridurre la fame. Agenda 2030. Bene, un primo passo che accomuna le coscienze del mondo. Non basta. occorre ridistribuire equamente le ricchezze, preservare le risorse naturali e le riserve, proteggere il pianeta da ogni azione che potrebbe portare a degrado.

Senza se e senza ma.

Sacchi di sabbia e cavalli di Frisia

Sacchi di sabbia e cavalli di Frisia
Fucili, bottiglie di vetro stracci e benzina
Mani nude e pianoforti, pianoforti e violini
Impasti di sangue dei morti in battaglia sangue e saliva
Più forti delle armi dei carrarmati e degli aerei da guerra
Più forti del rumore delle tue bombe del ferro delle tue armi
Sacchi di sabbia e cavalli di Frisia
Fucili, bottiglie di vetro stracci-a-tappo e benzina
Nomi scritti sui muri col sangue di ogni uomo che uccidi
Parole dolci parole d’amore più forti di ogni rumore della tua guerra
Più forti delle sirene che squarciano il silenzio la notte
Più forti anche della violenza delle parole delle tue bombe sulle nostre case
Faremo barriere coi corpi de nostri figli coi nostri corpi ancora vivi  
Con il coraggio delle nostre madri che non si inchinano al tuono dei tuoi cannoni
E saremo Padri che diventano soldati Stracci e lenzuola che diventano bandiera
Che nessuna quiete potrà far smettere di sventolare libera nell’aria
Più forti dei carrarmati e degli aerei della tua guerra
Più forti del rumore delle tue bombe lanciate da vigliacco sulle nostre case
Più forti delle sirene che squarciano il rumore della notte fino alla casa di Dio
Più forti di ogni altra violenze che saprai inventare
Perché è una guerra che hai iniziato ma hai già perso prima di iniziare
Vinta dal nostro coraggio dalla resistenza che nessun vigliacco potrà mai piegare.

Tre Donne per l’Ucraina

Nel precedente articolo ho parlato di due donne per l’Ucraina, una giornalista Ucraina ed una Russa; entrambe grande esempio di coraggio e forza. Nel mentre ho avuto modo di venire a conoscenza di un’altra donna speciale che mi ha meravigliato. Sì mi ha destato meraviglia e ammirazione.

Il vice premier ucraino. Iryna Vereshchuk una donna con coraggio, visione, immensa forza. Una mamma che si definisce mamma di tutti i bambini ucraini in questo momento e non solo del figlio diciassettenne che da tre giorni non riesce a sentire. Che cura i corridoi umanitari e per farlo dorme due ore a notte. Una donna che non ha bisogno delle quote rosa, come le due giornaliste. Tre donne che rispetto a tanti uomini sono dei giganti di umanità, intelligenza, coraggio, determinazione.

Daria Kaleniuk ucraina e la giornalista russa Marina Ovcyannikova le altre due donne che ancora una volta mi piace ricordare .

Donne per l’Ucraina

Ho parlato già del coraggio della giornalista ucraina Daria Kaleniuk ed oggi aggiungo quello della giornalista russa Marina Ovcyannikova. Dimostrazioni di coraggio ed integrità. Esempio di un giornalismo coraggioso, onesto, che trasporta e porta la verità. Un giornalismo che manca. Il coraggio di urlare la verità senza veli e senza ma anche in una situazione estremamente scomoda.

Ed a queste due donne che ammiro, affianco le centinaia di nomi delle donne ucraine delle quali i volti semplici e pieni di umanità vediamo nei telegiornali di questi giorni. Dignità, coraggio, determinazione, umanità, sensibilità come anche paura e dolore.

Donne per l’Ucraina, ingiustamente straziata da un’azione scellerata ed alla quale purtroppo non si riesce a mettere un freno. Le azioni delle due giornaliste più forti di molte altre azioni. Sono convinto che si dovrebbe fare di più. Non centellinare le azioni ragionandole e misurandole; “questa sanzione sì questa in parte e questa no, questa entro il”.

Dovremmo attivare le sanzioni subito, con lo stesso coraggio e lo stesso istinto di Daria Kaleniuk e Marina Ovcyannikova: senza troppi calcoli, solo perché si riconosce che è giusto farlo nel tentativo di ripristinare la verità ed in un solo colpo tutti i valori per i quali val la pena vivere, isolare la follia omicida di un dittatore scellerato e riaccendere un lume di speranza.

Non è abbastanza: Daria Kaleniuk

Daria Kaleniuk, una giornalista a me sconosciuta fino ad oggi, nel suo intervento nel corso di una conferenza stampa, evidenzia al premier Boris Johnson, in visita in Polonia, l’insufficienza, quasi la vacuità delle iniziative della Nato.

Allo stesso Boris Johnson fa notare, se ce ne fosse bisogno, che lui non si trova a Kiev ma in Polonia, perché ha paura, come tutti noi del resto, di recarsi nell’area in cui la guerra è in corso.

Mi ha commosso il suo intervento chiaro, lucido, semplice, non replicabile. Mi ha confermato i dubbi che in questi giorni ho. Non si sta facendo abbastanza.

La giornalista ha chiesto di introdurre una ‘no-fly zone’ sull’Ucraina e ha accusato la Nato di non offrire sostanziale sostegno alla popolazione ucraina.

La giornalista accusa che la Nato non difende l’Ucraina perché teme la terza guerra mondiale. Non è un’accusa, è la verità.

Ma ci sono i bambini ucraini, bambini di tutti noi, che stanno morendo sotto i bombardamenti. Bambini che avevano sogni veri, non quelli di noi adulti, e questi sogni vengono spezzati da una mano omicida.

No è già sufficiente vedere dei bambini, delle donne, dei vecchi, morire per mano omicida, per decidere di contrastare attivamente chi sgancia le bombe? La paura ci blocca e blocca la giustizia e la verità. In nome della nostra vita e della nostra tranquillità siamo abituati a girarci dall’altra parte. Lo facciamo tutti i giorni con i bambini che muoiono di fame.

Il popolo ucraino ci sta insegnando cosa voglia dire non avere paura, lottare per la libertà. Non importa quali siano le conseguenze immediate ma scelti e fatti propri dei valori si devono difendere per l’umanità presente e futura.

Stop alla guerra

La storia improvvisamente ha dovuto registrare una data che ha sconvolto ogni equilibrio. Pochi giorni fa eravamo diversi. Pensavamo in maniera diversa. Sognavamo di uscire da un incubo, quello della pandemia, ed invece siamo entrati in un incubo ancora più grande, quello della guerra.

Ultime generazioni

Alzando un po’ il punto di osservazione e guardando dall’alto sulla storia dell’umanità ed osservando, per quanto poco sono capace, dall’alto, scopro all’improvviso che le ultime nostre generazioni a partire dalla rivoluzione industriale sono quelle che più danni hanno fatto alla nostra terra. Proprio le generazioni del progresso hanno sfruttato risorse e riserve naturali, inquinato mari e fiumi, riempito di plastica il pianeta, deforestato in varie parti del mondo, aumentato in maniera sostanziale la disparità tra ricchezze e povertà.

E tutto in un silenzio assordante che solo pochi hanno provato a sconfiggere con urla e proteste. Ne abbiamo parlato, è vero, ne abbiamo scritto, e qualcuno ha anche fondato partiti a favore dell’ambiente ma poco si è fatto. Basta considerare il fatto che ancora oggi ettari di foreste vengono tagliati, che la plastica solo da pochissimo si è iniziato a ridurla e non dappertutto. Pensate alle capsule del caffè. Da vietare fin dalla loro nascita.

Come ho fatto io per anni, in molti abbiamo osservato da lontano le ciminiere delle fabbriche che utilizzvano carbone sbuffare i fumi verso l’alto, abbiamo bevuto e beviamo acqua da bottigliette di plastica, usato le buste inquinanti per fare la spesa, guidato macchine da 8 chilometri al litro, lasciato luci accese, e tante altre cose. Sono riuscite, le ultime generazioni, a bucare l’ozono e aumentare i gas serra, a fare aumentare la temperatura del pianeta e a sciogliere i ghiacciai. Ma come è possibile che non si sia potuto evitare tutto ciò? Ora, con le mani piene di marmellata, ci accorgiamo che abbiamo sporcato i vestiti e scriviamo l’agenda 2030. E molti obiettivi di quell’agenda non saranno colti.

Le nostre ultime generazioni hanno impattato sull’equilibrio dell’ecosistema molto di più di quanto in migliaia di anno chi ci ha preceduto, sebbene non per scelta né per lungimiranza, ha fatto.

E continuiamo ancora a voler insegnare ai giovani la strada da percorrere. Dovremmo solo evidenziare loro i danni che abbiamo provocata, metterci in un angolo e far solo sì che non ripetano i nostri errori.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Inclusione: che non resti uno slogan!

Ho imparato quale sia l’importanza dell’inclusione in età adulta. Ho compreso quanto sia importante ed indispensabile entrando in contatto con la scuola. Ma spesso mi sembra resti uno slogan e non sia un comportamento effettivo. Che tutti nei propri ruoli imparino il diritto di chi è più debole di avere sotto i piedi uno sgabello che li elevi alla stessa altezza degli altri.

È un dovere soprattutto di chi ha un ruolo di insegnante esercitare attivamente e quotidianamente ogni comportamento che agevoli l’inclusione.

Le scuole selettive hanno un atteggiamento antico e superato. Causano l’allontanamento di tanti studenti dalle classi. Insegnano a chi ha più capacità che è giusto lasciare indietro chi ne ha meno.

Inclusione significa dare a tutti la possibilità di crescita umana: inclusione è un dovere per garantire la migliore società possibile.

Il ruolo della scuola

Da studente ho vissuto e mi hanno fatto vivere la scuola soprattutto come istituzione da frequentare obbligatoriamente (la scuola dell’obbligo) presso la quale dovevo recarmi e mi recavo, per studiare materie predefinite fin nei dettagli ma soprattutto per venir valutato e giudicato per quello che sapevo e per quanto fossi bravo e veloce ad imparare quello che non sapevo.

La scuola per me non è mai stata una istituzione piacevole né amichevole. Mi provocava tensioni, preoccupazioni, incomprensione, delusioni.

Oggi che ho più anni e convinzioni più solide, dopo aver vissuto in questi ultimi anni la scuola come padre di uno studente, ed averla guardata da un altro punto di osservazione, penso che la scuola deve essere e purtroppo non sempre è, l’istituzione pur sempre obbligatoria ma accogliente e più attenta alle esigenze formative degli alunni, garantita con insegnanti preparati adeguatamente, innamorati della propria missione, per tutti gli aspetti che devono gestire, a attenta disposizione di ogni singolo studente perché lo stesso possa individuare ed imparare ciò che a lui più interessa conoscere ed approfondire.

La valutazione dello studente è in primis l’immagine specchiata del voto che l’insegnante ha meritato nel fornire il servizio richiesto ed a valorizzare le capacità di ciascuno studente.

L’insufficienza dello studente è anche l’insufficienza del professore.

Portare lo studente all’eccellenza non vuol dire portare tutti ad eccellere, significa portare ciascuno studente per quanto nelle proprie potenzialità, ad esprimersi nella maniera migliore. Molto più difficile questa missione rispetto a quella dei miei tempi. Molto più nobile.

L’inclusione è e deve essere il cardine imprescindibile del sistema scolastico. E parimenti lo è la personalizzazione dell’insegnamento che non può prescindere dalla storia unica del singolo studente.

È responsabilità della scuola, dei presidi, dei professori garantire che nessun ragazzo si perda per strada e che si esprima al massimo delle proprie capacità. È responsabilità della scuola non giudicare ma che anche chi non è dotato di grande capacità nel percorrere percorsi standard (che non dovrebbero esistere), prosegua il proprio percorso unico e straordinario al meglio delle sue peculiarità. Il che non è meno dignitoso né meno prezioso (anzi) delle migliori (in senso classico ed obsoleto) carriere scolastiche.

È responsabilità della scuola portare i ragazzi a proseguire i propri approfondimenti e studi fin dove e quanto vorranno fare. E’ nostra responsabilità pretendere che la scuola possa preparare i nostri ragazzi a costruire un mondo migliore, basato sulla fratellanza, sulla condivisione e sull’inclusione, sull’umanità non sul nozionismo.

Insegnanti preparati che non si sentano protagonisti ma siano al servizio della scuola e sentano la missione dell’insegnamento. Che siano responsabili e possano capire gli studenti singolarmente nelle loro peculiarità ed unicità.

Che creino classi unite e accoglienti, dove la solidarietà e la partecipazione siano alla base formativa di futuri uomini e donne.

Che portino al sorriso ed alla gioia che si può provare nell’imparare cose nuove.

Che accompagnino nella crescita dando consulenza ed appoggio. Perché il futuro, come anche il presente, è già dei ragazzi e degli studenti.

Cambio tutto anzi no.

Anche questo periodo di vacanza sta passando velocemente. E subito dopo io tornerò alla vita di tutti i giorni. E passeranno gli anni e tutti gli anni le vacanze di Natale. E così passerà la mia vita.

Ed ogni Natale penso che qualcosa vorrei e dovrei cambiarla: da anno nuovo farò, dirò, non farò più…..è il mio pensiero. Ma poi tutto o quasi procede in continuità. Forse perché sto bene così. O forse perché non sono capace di cambiare alcuna cosa. Non voglio pensare, anzi sono sicuro, che non cambio nulla perché non c’è la possibilità di farlo.

Ma anche quest’anno il mio proposito è quello comune e banale di tutti gli anni: qualcosa deve cambiare. Per migliorare e utilizzare meglio il tempo che passa.

Ma forse il senso della vita non è necessariamente nel cambiare ma almeno nel desiderio di farlo. Lo slancio che porterebbe a cambiare, aiuta ad andare avanti, a tendere a qualcosa di meglio e sicuramente limita almeno il rischio di lasciarsi andare.

Ed ora anche la pandemia che soffia contro ogni spinta al cambiamento personale ed anzi porta a sperare che si possa mantenere quanto si ha.

Ma quest’anno qualcosa cambierò. O forse no.