Tre Donne per l’Ucraina

Nel precedente articolo ho parlato di due donne per l’Ucraina, una giornalista Ucraina ed una Russa; entrambe grande esempio di coraggio e forza. Nel mentre ho avuto modo di venire a conoscenza di un’altra donna speciale che mi ha meravigliato. Sì mi ha destato meraviglia e ammirazione.

Il vice premier ucraino. Iryna Vereshchuk una donna con coraggio, visione, immensa forza. Una mamma che si definisce mamma di tutti i bambini ucraini in questo momento e non solo del figlio diciassettenne che da tre giorni non riesce a sentire. Che cura i corridoi umanitari e per farlo dorme due ore a notte. Una donna che non ha bisogno delle quote rosa, come le due giornaliste. Tre donne che rispetto a tanti uomini sono dei giganti di umanità, intelligenza, coraggio, determinazione.

Daria Kaleniuk ucraina e la giornalista russa Marina Ovcyannikova le altre due donne che ancora una volta mi piace ricordare .

Donne per l’Ucraina

Ho parlato già del coraggio della giornalista ucraina Daria Kaleniuk ed oggi aggiungo quello della giornalista russa Marina Ovcyannikova. Dimostrazioni di coraggio ed integrità. Esempio di un giornalismo coraggioso, onesto, che trasporta e porta la verità. Un giornalismo che manca. Il coraggio di urlare la verità senza veli e senza ma anche in una situazione estremamente scomoda.

Ed a queste due donne che ammiro, affianco le centinaia di nomi delle donne ucraine delle quali i volti semplici e pieni di umanità vediamo nei telegiornali di questi giorni. Dignità, coraggio, determinazione, umanità, sensibilità come anche paura e dolore.

Donne per l’Ucraina, ingiustamente straziata da un’azione scellerata ed alla quale purtroppo non si riesce a mettere un freno. Le azioni delle due giornaliste più forti di molte altre azioni. Sono convinto che si dovrebbe fare di più. Non centellinare le azioni ragionandole e misurandole; “questa sanzione sì questa in parte e questa no, questa entro il”.

Dovremmo attivare le sanzioni subito, con lo stesso coraggio e lo stesso istinto di Daria Kaleniuk e Marina Ovcyannikova: senza troppi calcoli, solo perché si riconosce che è giusto farlo nel tentativo di ripristinare la verità ed in un solo colpo tutti i valori per i quali val la pena vivere, isolare la follia omicida di un dittatore scellerato e riaccendere un lume di speranza.

Non è abbastanza: Daria Kaleniuk

Daria Kaleniuk, una giornalista a me sconosciuta fino ad oggi, nel suo intervento nel corso di una conferenza stampa, evidenzia al premier Boris Johnson, in visita in Polonia, l’insufficienza, quasi la vacuità delle iniziative della Nato.

Allo stesso Boris Johnson fa notare, se ce ne fosse bisogno, che lui non si trova a Kiev ma in Polonia, perché ha paura, come tutti noi del resto, di recarsi nell’area in cui la guerra è in corso.

Mi ha commosso il suo intervento chiaro, lucido, semplice, non replicabile. Mi ha confermato i dubbi che in questi giorni ho. Non si sta facendo abbastanza.

La giornalista ha chiesto di introdurre una ‘no-fly zone’ sull’Ucraina e ha accusato la Nato di non offrire sostanziale sostegno alla popolazione ucraina.

La giornalista accusa che la Nato non difende l’Ucraina perché teme la terza guerra mondiale. Non è un’accusa, è la verità.

Ma ci sono i bambini ucraini, bambini di tutti noi, che stanno morendo sotto i bombardamenti. Bambini che avevano sogni veri, non quelli di noi adulti, e questi sogni vengono spezzati da una mano omicida.

No è già sufficiente vedere dei bambini, delle donne, dei vecchi, morire per mano omicida, per decidere di contrastare attivamente chi sgancia le bombe? La paura ci blocca e blocca la giustizia e la verità. In nome della nostra vita e della nostra tranquillità siamo abituati a girarci dall’altra parte. Lo facciamo tutti i giorni con i bambini che muoiono di fame.

Il popolo ucraino ci sta insegnando cosa voglia dire non avere paura, lottare per la libertà. Non importa quali siano le conseguenze immediate ma scelti e fatti propri dei valori si devono difendere per l’umanità presente e futura.

Stop alla guerra

La storia improvvisamente ha dovuto registrare una data che ha sconvolto ogni equilibrio. Pochi giorni fa eravamo diversi. Pensavamo in maniera diversa. Sognavamo di uscire da un incubo, quello della pandemia, ed invece siamo entrati in un incubo ancora più grande, quello della guerra.

Ultime generazioni

Alzando un po’ il punto di osservazione e guardando dall’alto sulla storia dell’umanità ed osservando, per quanto poco sono capace, dall’alto, scopro all’improvviso che le ultime nostre generazioni a partire dalla rivoluzione industriale sono quelle che più danni hanno fatto alla nostra terra. Proprio le generazioni del progresso hanno sfruttato risorse e riserve naturali, inquinato mari e fiumi, riempito di plastica il pianeta, deforestato in varie parti del mondo, aumentato in maniera sostanziale la disparità tra ricchezze e povertà.

E tutto in un silenzio assordante che solo pochi hanno provato a sconfiggere con urla e proteste. Ne abbiamo parlato, è vero, ne abbiamo scritto, e qualcuno ha anche fondato partiti a favore dell’ambiente ma poco si è fatto. Basta considerare il fatto che ancora oggi ettari di foreste vengono tagliati, che la plastica solo da pochissimo si è iniziato a ridurla e non dappertutto. Pensate alle capsule del caffè. Da vietare fin dalla loro nascita.

Come ho fatto io per anni, in molti abbiamo osservato da lontano le ciminiere delle fabbriche che utilizzvano carbone sbuffare i fumi verso l’alto, abbiamo bevuto e beviamo acqua da bottigliette di plastica, usato le buste inquinanti per fare la spesa, guidato macchine da 8 chilometri al litro, lasciato luci accese, e tante altre cose. Sono riuscite, le ultime generazioni, a bucare l’ozono e aumentare i gas serra, a fare aumentare la temperatura del pianeta e a sciogliere i ghiacciai. Ma come è possibile che non si sia potuto evitare tutto ciò? Ora, con le mani piene di marmellata, ci accorgiamo che abbiamo sporcato i vestiti e scriviamo l’agenda 2030. E molti obiettivi di quell’agenda non saranno colti.

Le nostre ultime generazioni hanno impattato sull’equilibrio dell’ecosistema molto di più di quanto in migliaia di anno chi ci ha preceduto, sebbene non per scelta né per lungimiranza, ha fatto.

E continuiamo ancora a voler insegnare ai giovani la strada da percorrere. Dovremmo solo evidenziare loro i danni che abbiamo provocata, metterci in un angolo e far solo sì che non ripetano i nostri errori.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Il ruolo della scuola

Da studente ho vissuto e mi hanno fatto vivere la scuola soprattutto come istituzione da frequentare obbligatoriamente (la scuola dell’obbligo) presso la quale dovevo recarmi e mi recavo, per studiare materie predefinite fin nei dettagli ma soprattutto per venir valutato e giudicato per quello che sapevo e per quanto fossi bravo e veloce ad imparare quello che non sapevo.

La scuola per me non è mai stata una istituzione piacevole né amichevole. Mi provocava tensioni, preoccupazioni, incomprensione, delusioni.

Oggi che ho più anni e convinzioni più solide, dopo aver vissuto in questi ultimi anni la scuola come padre di uno studente, ed averla guardata da un altro punto di osservazione, penso che la scuola deve essere e purtroppo non sempre è, l’istituzione pur sempre obbligatoria ma accogliente e più attenta alle esigenze formative degli alunni, garantita con insegnanti preparati adeguatamente, innamorati della propria missione, per tutti gli aspetti che devono gestire, a attenta disposizione di ogni singolo studente perché lo stesso possa individuare ed imparare ciò che a lui più interessa conoscere ed approfondire.

La valutazione dello studente è in primis l’immagine specchiata del voto che l’insegnante ha meritato nel fornire il servizio richiesto ed a valorizzare le capacità di ciascuno studente.

L’insufficienza dello studente è anche l’insufficienza del professore.

Portare lo studente all’eccellenza non vuol dire portare tutti ad eccellere, significa portare ciascuno studente per quanto nelle proprie potenzialità, ad esprimersi nella maniera migliore. Molto più difficile questa missione rispetto a quella dei miei tempi. Molto più nobile.

L’inclusione è e deve essere il cardine imprescindibile del sistema scolastico. E parimenti lo è la personalizzazione dell’insegnamento che non può prescindere dalla storia unica del singolo studente.

È responsabilità della scuola, dei presidi, dei professori garantire che nessun ragazzo si perda per strada e che si esprima al massimo delle proprie capacità. È responsabilità della scuola non giudicare ma che anche chi non è dotato di grande capacità nel percorrere percorsi standard (che non dovrebbero esistere), prosegua il proprio percorso unico e straordinario al meglio delle sue peculiarità. Il che non è meno dignitoso né meno prezioso (anzi) delle migliori (in senso classico ed obsoleto) carriere scolastiche.

È responsabilità della scuola portare i ragazzi a proseguire i propri approfondimenti e studi fin dove e quanto vorranno fare. E’ nostra responsabilità pretendere che la scuola possa preparare i nostri ragazzi a costruire un mondo migliore, basato sulla fratellanza, sulla condivisione e sull’inclusione, sull’umanità non sul nozionismo.

Insegnanti preparati che non si sentano protagonisti ma siano al servizio della scuola e sentano la missione dell’insegnamento. Che siano responsabili e possano capire gli studenti singolarmente nelle loro peculiarità ed unicità.

Che creino classi unite e accoglienti, dove la solidarietà e la partecipazione siano alla base formativa di futuri uomini e donne.

Che portino al sorriso ed alla gioia che si può provare nell’imparare cose nuove.

Che accompagnino nella crescita dando consulenza ed appoggio. Perché il futuro, come anche il presente, è già dei ragazzi e degli studenti.

Cambio tutto anzi no.

Anche questo periodo di vacanza sta passando velocemente. E subito dopo io tornerò alla vita di tutti i giorni. E passeranno gli anni e tutti gli anni le vacanze di Natale. E così passerà la mia vita.

Ed ogni Natale penso che qualcosa vorrei e dovrei cambiarla: da anno nuovo farò, dirò, non farò più…..è il mio pensiero. Ma poi tutto o quasi procede in continuità. Forse perché sto bene così. O forse perché non sono capace di cambiare alcuna cosa. Non voglio pensare, anzi sono sicuro, che non cambio nulla perché non c’è la possibilità di farlo.

Ma anche quest’anno il mio proposito è quello comune e banale di tutti gli anni: qualcosa deve cambiare. Per migliorare e utilizzare meglio il tempo che passa.

Ma forse il senso della vita non è necessariamente nel cambiare ma almeno nel desiderio di farlo. Lo slancio che porterebbe a cambiare, aiuta ad andare avanti, a tendere a qualcosa di meglio e sicuramente limita almeno il rischio di lasciarsi andare.

Ed ora anche la pandemia che soffia contro ogni spinta al cambiamento personale ed anzi porta a sperare che si possa mantenere quanto si ha.

Ma quest’anno qualcosa cambierò. O forse no.

Staffetta dell’esistenza

Siamo come gli atleti che partecipano ad una staffetta: la staffetta dell’esistenza. Partecipiamo come singoli concorrenti nel far sì che l’esistenza dell’uomo possa giungere ad un traguardo lontanissimo nel migliore dei modi. I nostri padri ci hanno passato il testimone e noi lo passiamo ai nostri figli. E la nostra corsa dura per la durata della nostra vita, un istante brevissimo di questa staffetta dell’esistenza.

Non ci sono scusanti; ciascuno deve vivere e fare tutto quanto possibile affinché il proprio contributo allo sviluppo dell’umanità sia massimo. Non importa se saremo ricordati o se nessuno si ricorderà di noi. Il nostro valore è legato a quanto riusciamo a contribuire secondo le nostre capacità al miglioramento della vita. Ed il parametro è strettamente ed unicamente legato alle nostre possibilità. Non è detto che chi ha più capacità possa donare più di chi, nei propri limiti, dona tutto se stesso a questa corsa. Un piccolo passo da parte di chi di più non poteva dare è di maggior valore di cento passi di chi ne poteva fare mille. E’ chi non partecipa che non è nel giusto. E’ chi non basa la propria esistenza a far sì che si progredisca globalmente a creare una società giusta ed equilibrata. L’Agenda 2030 va in questa direzione ma non perché ci siamo tutti improvvisamente rendenti ma perché si è capito che è l’unica strada possibile.

Dobbiamo insegnare ai nostri figlio a correre verso una società prima di tutto senza fame, senza guerra, senza sofferenza. Si dovrebbe creare un telegiornale basato sulle notizie del mondo non locali. Ed allora avrebbero priorità le morti dei bambini affamati, dei bambini morti in guerra, delle persone torturate, oppresse, dei vaccini che mancano nei paesi poveri. E tali notizie dovrebbero muovere le coscienze a che non accadano più morti di innocenti, sofferenze dei nostri fratelli, ingiustizie e discriminazioni. Concentriamoci nella nostra corsa sulle cose importanti e non permettiamo a chi non ce le fa vedere e ci detta modelli strettamente consumistici di rendere le nostre esistenze meri passaggi di forme inermi e cieche che non vedono quello che succede, che non agiscono a che l’esistenza continui a correre per migliorare.

“La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”

La felicità….la inseguiamo, è una proiezione. E’ per noi lo stato esistenziale che ci permette di stare bene con noi stessi e quindi con gli altri; la idealizziamo come qualcosa da raggiungere. Raramente, forse mai, individuiamo il nostro stato attuale come felicità, non ne parliamo come uno stato raggiunto ma come stato a cui tendere.

Le complessità della vita, che spesso esasperiamo per incapacità di valutazione, ci portano a pensare che la felicità non sia lo stato attuale e che sia ancora da conquistare. Ma come va raggiunta? Marco Aurelio indica una strada: “la felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”. Non è pertanto dipendente dalle condizioni esterne, dalle cose che riesco ad ammassare, da quanto sono ricco o da quanto ho successo ma dipende solo dalla qualità dei miei pensieri.

E se riconosciamo valido tale percorso, allora ogni alibi ci viene tolto. La felicità diventa qualcosa teoricamente facile da raggiungere. Ma come si costruiscono pensieri di qualità’. Ci aiutano sicuramente le letture, i classici, le frasi come quella di Marco Aurelio. Ci aiuta frequentare persone giuste, di spessore, che possiamo riconoscere facilmente: sono tra le persone felici.

Pensieri di alta qualità sono tutti quelli che ci fanno capire che la nostra vita è breve ed ha tanto più valore quanto la condividiamo con gli altri. Per il solo fatto di esistere, di provare questa esperienza unica e breve, potremmo e dovremmo essere felici. Aiutando il prossimo, anche con piccoli gesti dal prossimo riceviamo la felicità; e se ognuno lo facesse, il mondo sarebbe più giusto e più bello.

Inclusione e valori di oggi

L’inclusione è uno dei valori sui quali la società moderna punta molto; è un valore relativamente nuovo e non comune a tutte le culture ed i pensieri. L’inclusione non è proprio coerente con altri valori della società moderna: società fatta di professionisti e persone che si avvinghiano su linkedin per dichiarare successi e promozioni, nuovi incarichi e target raggiunti, mercati conquistati e vette scalate.

L’inclusione è superare il concetto di diverso e diventare amalgama, coinvolgere nel successo tutte le persone che appartengono ad un progetto, non solo i vertici; condividere le informazioni e le strategie, gli obiettivi e i piani, farli insieme.

Bla bla bla, sulla riduzione delle emissioni, sulla protezione dell’ambiente, sull’inclusione, sulla solidarietà, sull’agenda 2030, ma quanto effettivamente poi agiamo tali valori? Quanto noi come persone, le società di profitto, le istituzioni?

Il rischio che vedo è che diventino slogan dettati da chi ha deciso che se non ne fai dei valori, non ricevi finanziamenti; e ciò non per amore di tali valori ma per limitare ed evitare i rischi che sorgerebbero a fronte di una ricchezza sempre più in mano di pochi, accentrata.

Ebbene a me piacerebbe invece che tali valori fossero nati dalle coscienze di ognuno, sicuro che nelle coscienze di ognuno tali valori ci siano. Abbiamo visto nella storia industriali illuminati che hanno davvero non fatto propri ma espresso nell’esercizio di tutti i giorni tali valori, non li hanno proclamati ma messi in pratica.

Oggi temo e sarei felice di aver torto che tali valori non siano davvero parte della vita di ciascuno, delle aziende e delle istituzioni ma ancora una volta rappresentino elementi necessari per ottenere vantaggi e profitti. Ben vengano anche così, perché sono importanti. Purché vengano e non restino solamente proclami ancor più pericolosi della situazione in cui puramente non si esercitavano.