Senza anima

Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a pensare di sganciare bombe su un ospedale pediatrico.
Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a pensare di sganciare bombe su due ragazzi che si amano.
Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a pensare di sganciare bombe su un vecchio che chiede solo di poter passare in pace gli ultimi giorni della sua esistenza; anche quei pochi giorni ti interessano e ti porti via.
Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a pensare di sganciare bombe su un’intera popolazione inerme che appartiene all’umanità.
Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a dormire dopo tutto il dolore che stai provocando e dovresti morire avvolto nella tua follia.
Non è possibile che tu abbia un’anima,
non riusciresti a pensare di sganciare una bomba sui miei fratelli che nulla chiedevano se non semplicemente di vivere.
Eppure tu riesci a fare tutto ciò, come una bestia feroce che dilania la sua preda.
Ma quella è una bestia tu dovresti essere un uomo.
Non è possibile che tu sia un uomo e neanche che tu sia una bestia.
Non è possibile che tu sia.
Il loro coraggio, le note della loro musica, le loro ragioni, le loro debolezze, le loro umanità
ti seppelliscono e non occorre sapere cosa tu sia o non sia.
E’ solo importante che tu sia seppellito e che tu rimanga solo
per sempre senza alcuna possibilità di redenzione.

Non è abbastanza: Daria Kaleniuk

Daria Kaleniuk, una giornalista a me sconosciuta fino ad oggi, nel suo intervento nel corso di una conferenza stampa, evidenzia al premier Boris Johnson, in visita in Polonia, l’insufficienza, quasi la vacuità delle iniziative della Nato.

Allo stesso Boris Johnson fa notare, se ce ne fosse bisogno, che lui non si trova a Kiev ma in Polonia, perché ha paura, come tutti noi del resto, di recarsi nell’area in cui la guerra è in corso.

Mi ha commosso il suo intervento chiaro, lucido, semplice, non replicabile. Mi ha confermato i dubbi che in questi giorni ho. Non si sta facendo abbastanza.

La giornalista ha chiesto di introdurre una ‘no-fly zone’ sull’Ucraina e ha accusato la Nato di non offrire sostanziale sostegno alla popolazione ucraina.

La giornalista accusa che la Nato non difende l’Ucraina perché teme la terza guerra mondiale. Non è un’accusa, è la verità.

Ma ci sono i bambini ucraini, bambini di tutti noi, che stanno morendo sotto i bombardamenti. Bambini che avevano sogni veri, non quelli di noi adulti, e questi sogni vengono spezzati da una mano omicida.

No è già sufficiente vedere dei bambini, delle donne, dei vecchi, morire per mano omicida, per decidere di contrastare attivamente chi sgancia le bombe? La paura ci blocca e blocca la giustizia e la verità. In nome della nostra vita e della nostra tranquillità siamo abituati a girarci dall’altra parte. Lo facciamo tutti i giorni con i bambini che muoiono di fame.

Il popolo ucraino ci sta insegnando cosa voglia dire non avere paura, lottare per la libertà. Non importa quali siano le conseguenze immediate ma scelti e fatti propri dei valori si devono difendere per l’umanità presente e futura.

Stop alla guerra

La storia improvvisamente ha dovuto registrare una data che ha sconvolto ogni equilibrio. Pochi giorni fa eravamo diversi. Pensavamo in maniera diversa. Sognavamo di uscire da un incubo, quello della pandemia, ed invece siamo entrati in un incubo ancora più grande, quello della guerra.

Ultime generazioni

Alzando un po’ il punto di osservazione e guardando dall’alto sulla storia dell’umanità ed osservando, per quanto poco sono capace, dall’alto, scopro all’improvviso che le ultime nostre generazioni a partire dalla rivoluzione industriale sono quelle che più danni hanno fatto alla nostra terra. Proprio le generazioni del progresso hanno sfruttato risorse e riserve naturali, inquinato mari e fiumi, riempito di plastica il pianeta, deforestato in varie parti del mondo, aumentato in maniera sostanziale la disparità tra ricchezze e povertà.

E tutto in un silenzio assordante che solo pochi hanno provato a sconfiggere con urla e proteste. Ne abbiamo parlato, è vero, ne abbiamo scritto, e qualcuno ha anche fondato partiti a favore dell’ambiente ma poco si è fatto. Basta considerare il fatto che ancora oggi ettari di foreste vengono tagliati, che la plastica solo da pochissimo si è iniziato a ridurla e non dappertutto. Pensate alle capsule del caffè. Da vietare fin dalla loro nascita.

Come ho fatto io per anni, in molti abbiamo osservato da lontano le ciminiere delle fabbriche che utilizzvano carbone sbuffare i fumi verso l’alto, abbiamo bevuto e beviamo acqua da bottigliette di plastica, usato le buste inquinanti per fare la spesa, guidato macchine da 8 chilometri al litro, lasciato luci accese, e tante altre cose. Sono riuscite, le ultime generazioni, a bucare l’ozono e aumentare i gas serra, a fare aumentare la temperatura del pianeta e a sciogliere i ghiacciai. Ma come è possibile che non si sia potuto evitare tutto ciò? Ora, con le mani piene di marmellata, ci accorgiamo che abbiamo sporcato i vestiti e scriviamo l’agenda 2030. E molti obiettivi di quell’agenda non saranno colti.

Le nostre ultime generazioni hanno impattato sull’equilibrio dell’ecosistema molto di più di quanto in migliaia di anno chi ci ha preceduto, sebbene non per scelta né per lungimiranza, ha fatto.

E continuiamo ancora a voler insegnare ai giovani la strada da percorrere. Dovremmo solo evidenziare loro i danni che abbiamo provocata, metterci in un angolo e far solo sì che non ripetano i nostri errori.

Siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Inclusione: che non resti uno slogan!

Ho imparato quale sia l’importanza dell’inclusione in età adulta. Ho compreso quanto sia importante ed indispensabile entrando in contatto con la scuola. Ma spesso mi sembra resti uno slogan e non sia un comportamento effettivo. Che tutti nei propri ruoli imparino il diritto di chi è più debole di avere sotto i piedi uno sgabello che li elevi alla stessa altezza degli altri.

È un dovere soprattutto di chi ha un ruolo di insegnante esercitare attivamente e quotidianamente ogni comportamento che agevoli l’inclusione.

Le scuole selettive hanno un atteggiamento antico e superato. Causano l’allontanamento di tanti studenti dalle classi. Insegnano a chi ha più capacità che è giusto lasciare indietro chi ne ha meno.

Inclusione significa dare a tutti la possibilità di crescita umana: inclusione è un dovere per garantire la migliore società possibile.

Il ruolo della scuola

Da studente ho vissuto e mi hanno fatto vivere la scuola soprattutto come istituzione da frequentare obbligatoriamente (la scuola dell’obbligo) presso la quale dovevo recarmi e mi recavo, per studiare materie predefinite fin nei dettagli ma soprattutto per venir valutato e giudicato per quello che sapevo e per quanto fossi bravo e veloce ad imparare quello che non sapevo.

La scuola per me non è mai stata una istituzione piacevole né amichevole. Mi provocava tensioni, preoccupazioni, incomprensione, delusioni.

Oggi che ho più anni e convinzioni più solide, dopo aver vissuto in questi ultimi anni la scuola come padre di uno studente, ed averla guardata da un altro punto di osservazione, penso che la scuola deve essere e purtroppo non sempre è, l’istituzione pur sempre obbligatoria ma accogliente e più attenta alle esigenze formative degli alunni, garantita con insegnanti preparati adeguatamente, innamorati della propria missione, per tutti gli aspetti che devono gestire, a attenta disposizione di ogni singolo studente perché lo stesso possa individuare ed imparare ciò che a lui più interessa conoscere ed approfondire.

La valutazione dello studente è in primis l’immagine specchiata del voto che l’insegnante ha meritato nel fornire il servizio richiesto ed a valorizzare le capacità di ciascuno studente.

L’insufficienza dello studente è anche l’insufficienza del professore.

Portare lo studente all’eccellenza non vuol dire portare tutti ad eccellere, significa portare ciascuno studente per quanto nelle proprie potenzialità, ad esprimersi nella maniera migliore. Molto più difficile questa missione rispetto a quella dei miei tempi. Molto più nobile.

L’inclusione è e deve essere il cardine imprescindibile del sistema scolastico. E parimenti lo è la personalizzazione dell’insegnamento che non può prescindere dalla storia unica del singolo studente.

È responsabilità della scuola, dei presidi, dei professori garantire che nessun ragazzo si perda per strada e che si esprima al massimo delle proprie capacità. È responsabilità della scuola non giudicare ma che anche chi non è dotato di grande capacità nel percorrere percorsi standard (che non dovrebbero esistere), prosegua il proprio percorso unico e straordinario al meglio delle sue peculiarità. Il che non è meno dignitoso né meno prezioso (anzi) delle migliori (in senso classico ed obsoleto) carriere scolastiche.

È responsabilità della scuola portare i ragazzi a proseguire i propri approfondimenti e studi fin dove e quanto vorranno fare. E’ nostra responsabilità pretendere che la scuola possa preparare i nostri ragazzi a costruire un mondo migliore, basato sulla fratellanza, sulla condivisione e sull’inclusione, sull’umanità non sul nozionismo.

Insegnanti preparati che non si sentano protagonisti ma siano al servizio della scuola e sentano la missione dell’insegnamento. Che siano responsabili e possano capire gli studenti singolarmente nelle loro peculiarità ed unicità.

Che creino classi unite e accoglienti, dove la solidarietà e la partecipazione siano alla base formativa di futuri uomini e donne.

Che portino al sorriso ed alla gioia che si può provare nell’imparare cose nuove.

Che accompagnino nella crescita dando consulenza ed appoggio. Perché il futuro, come anche il presente, è già dei ragazzi e degli studenti.

Cambio tutto anzi no.

Anche questo periodo di vacanza sta passando velocemente. E subito dopo io tornerò alla vita di tutti i giorni. E passeranno gli anni e tutti gli anni le vacanze di Natale. E così passerà la mia vita.

Ed ogni Natale penso che qualcosa vorrei e dovrei cambiarla: da anno nuovo farò, dirò, non farò più…..è il mio pensiero. Ma poi tutto o quasi procede in continuità. Forse perché sto bene così. O forse perché non sono capace di cambiare alcuna cosa. Non voglio pensare, anzi sono sicuro, che non cambio nulla perché non c’è la possibilità di farlo.

Ma anche quest’anno il mio proposito è quello comune e banale di tutti gli anni: qualcosa deve cambiare. Per migliorare e utilizzare meglio il tempo che passa.

Ma forse il senso della vita non è necessariamente nel cambiare ma almeno nel desiderio di farlo. Lo slancio che porterebbe a cambiare, aiuta ad andare avanti, a tendere a qualcosa di meglio e sicuramente limita almeno il rischio di lasciarsi andare.

Ed ora anche la pandemia che soffia contro ogni spinta al cambiamento personale ed anzi porta a sperare che si possa mantenere quanto si ha.

Ma quest’anno qualcosa cambierò. O forse no.

La lettera del professor Carmina

Mi sono commosso nel leggere la lettera del professor Carmina, che per questo voglio pubblicare, scomparso per un incidente in Sicilia. Non sono stato un suo allievo e oggi vorrei esserlo stato. Un messaggio forte ai giovani, ma non solo per loro. Per tutti noi. Una lettera dalla quale emerge la passione civile e la voglia di trasmetterla. Un commiato dalla scuola che da poche ore si è trasformato purtroppo in un triste commiato dalla vita.

“Ho appena chiuso il registro di classe. Per l’ultima volta. In attesa che la campanella liberatoria li faccia sciamare verso le vacanze, mi ritrovo a guardare i ragazzi che ho davanti. E, come in un fantasioso caleidoscopio, dietro i loro volti ne scorgo altri, tantissimi, centinaia, tutti quelli che ho incrociato in questi ultimi miei 43 anni.

Di parecchi rammento tutto, anche i sorrisi, le battute, i gesti di disappunto, il modo di giustificarsi, di confidarsi, di comunicare gioie e dolori, di altri, molti in verità, solo il viso o il nome. Con alcuni persistono, vivi, rapporti amichevoli, ma il trascorrere del tempo e la lontananza hanno affievolito o interrotto, ahimè, quelli con tantissimi altri.

Sono arrivato al capolinea ed il magone più lancinante sta non tanto nell’essere iscritto di diritto al club degli anziani, quanto nel separarmi da questi ragazzi. A tutti credo aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di avere ricevuto di più, molto di più.

Vorrei salutarvi tutti, quelli che incontro per strada, quelli che mi siete amici sui social, e, tramite voi, anche tutti gli altri, tutti, ed abbracciarvi ovunque voi siate.

Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita; una delle mie soddisfazioni la coscienza e la consapevolezza di avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista.

Ho imparato qualcosa da ciascuno di voi, e da tutti la gioia di vivere, la vitalità, il dinamismo, l’entusiasmo, la voglia di lottare.

Gli anni del liceo, per quanto belli, non sempre sono felici né facili, specialmente quando avete dovuto fare i conti con un prof. che certe mattine raggiungeva livelli eccelsi di scontrosità e di asprezza, insomma …. rompeva alla grande. Ma lo faceva di proposito, nel tentativo di spianarvi la strada, evidenziandone ostacoli e difficoltà.

Vi chiedo scusa se qualche volta non ho prestato il giusto ascolto, se non sono riuscito a stabilire la giusta empatia, se ho giudicato solo le apparenze, se ho deluso le aspettative, se ho dato più valore ai risultati e trascurato il percorso ed i progressi, se, in una parola, non sono stato all’altezza delle vostre aspettative e non sono riuscito a farvi percepire che per me siete stati e siete importanti, perché avete costituito la mia seconda famiglia.

Un’ultima raccomandazione, mentre il mio pullman si sta fermando:

usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.

Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iPhone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi (rammentate il coniglio del mondo di sofia?).

Io ho fatto, o meglio, ho cercato di fare la mia parte, ora tocca a voi.

Le nostre strade si dividono, ma ricordate che avete fatto parte del mio vissuto, della mia storia e, quindi, della mia vita. Per questo, anche ora che siete grandi, per un consiglio, per una delusione, o semplicemente per una risata, un ricordo o un saluto, io ci sono e ci sarò. Sapete dove trovarmi.

Ecco. Il pullman è arrivato. Io mi fermo qui. A voi, buon viaggio”.

Professor Pietro Carmina

Staffetta dell’esistenza

Siamo come gli atleti che partecipano ad una staffetta: la staffetta dell’esistenza. Partecipiamo come singoli concorrenti nel far sì che l’esistenza dell’uomo possa giungere ad un traguardo lontanissimo nel migliore dei modi. I nostri padri ci hanno passato il testimone e noi lo passiamo ai nostri figli. E la nostra corsa dura per la durata della nostra vita, un istante brevissimo di questa staffetta dell’esistenza.

Non ci sono scusanti; ciascuno deve vivere e fare tutto quanto possibile affinché il proprio contributo allo sviluppo dell’umanità sia massimo. Non importa se saremo ricordati o se nessuno si ricorderà di noi. Il nostro valore è legato a quanto riusciamo a contribuire secondo le nostre capacità al miglioramento della vita. Ed il parametro è strettamente ed unicamente legato alle nostre possibilità. Non è detto che chi ha più capacità possa donare più di chi, nei propri limiti, dona tutto se stesso a questa corsa. Un piccolo passo da parte di chi di più non poteva dare è di maggior valore di cento passi di chi ne poteva fare mille. E’ chi non partecipa che non è nel giusto. E’ chi non basa la propria esistenza a far sì che si progredisca globalmente a creare una società giusta ed equilibrata. L’Agenda 2030 va in questa direzione ma non perché ci siamo tutti improvvisamente rendenti ma perché si è capito che è l’unica strada possibile.

Dobbiamo insegnare ai nostri figlio a correre verso una società prima di tutto senza fame, senza guerra, senza sofferenza. Si dovrebbe creare un telegiornale basato sulle notizie del mondo non locali. Ed allora avrebbero priorità le morti dei bambini affamati, dei bambini morti in guerra, delle persone torturate, oppresse, dei vaccini che mancano nei paesi poveri. E tali notizie dovrebbero muovere le coscienze a che non accadano più morti di innocenti, sofferenze dei nostri fratelli, ingiustizie e discriminazioni. Concentriamoci nella nostra corsa sulle cose importanti e non permettiamo a chi non ce le fa vedere e ci detta modelli strettamente consumistici di rendere le nostre esistenze meri passaggi di forme inermi e cieche che non vedono quello che succede, che non agiscono a che l’esistenza continui a correre per migliorare.

Colpevole chi viene lasciato

Non sono rari i casi in cui chi smette di amare non lo dichiara al partner che, ancora innamorato ma intrappolato in una storia ormai privata di amore e di significati positivi nei suoi confronti, viene portato a terminare una storia a dir poco sbiadita, rimasta ormai vuota e spesso piena di sofferenze. Ed è, in questi casi, proprio colui che alla fine viene lasciato e che in apparenza potrebbe sembrare la vittima del finito amore, il vero responsabile della sofferenza oltre che della fine della storia, colui che alla coppia genera e ha generato sofferenze e dolori. Chi non ama più lo deve dire

Ci sono persone che, dopo i primi entusiasmi per una storia nuova (che spesso ancora storia non è ma è solo un possibile inizio di una storia) o anche durante una storia matura che magari non si è sviluppata secondo le proprie aspettative, si accorgono di non trovare nella relazione che stanno vivendo tutto quanto hanno immaginato ed invece di dichiarare con onestà questa triste ma umana e frequente scoperta e condizione di disagio, iniziano a denigrare quotidianamente il compagno o la compagna, a disprezzarne i comportamenti, a sottolinearne ogni possibile debolezza, ad evidenziare ogni fallimento di coppia o del compagno, piccolo o grande che sia, a porsi costantemente in posizioni di antitesi, ad incolparlo di ogni insuccesso, di coppia ed addirittura, proprio.

Ci sono persone che sono bravissime a scaricare le responsabilità delle proprie difficoltà e dei propri limiti su chi è loro accanto. Ci sono persone che non hanno la forza di amare ma pretendono di essere amati; amare, ce lo hanno insegnato e ce lo ricordano ogni giorno, non è mai semplicemente ricevere. Amare è umiltà, è riconoscere i propri limiti e dichiararli, è lavorarci per superarli, è sentire di volersi fare carico dei problemi dell’altro per aiutarlo a risolverli, è essere onesti, trasparenti ed aperti. L’amore inoltre deve essere alimentato, non è gratuito o dovuto, deve essere rigenerato, non è fatto di propositi ma di azioni continue concrete a favore dell’altro e della coppia.

E in tale circostanze, si arriva spesso alla dichiarazione della fine di una storia per iniziativa ma non certo per colpa, proprio di quel compagno che è stato denigrato, incolpato e spesso umiliato. Di quella persona che per stanchezza si sottrae, a prescindere dal proprio sentimento che probabilmente è scemato perché è stato logorato a lungo, dalla persona che da tempo non lo ama.

Allora, per non arrivare a questa inutile e triste sofferenza, ci vuole, da parte di chi non ama il compagno o la compagna, la forza e l’onestà di dichiarare il “mancato amore”. E nel contempo parimenti occorre, a prescindere dai proprio sentimenti, la forza e l’onestà di chi riceve tale dichiarazione, di rispettarla senza rancore ed anzi di accettarla con gratitudine per l’onestà dimostrata dal partner. Nessuna fine di una storia giustifica violenza né psicologica né tanto meno fisica.

Per amore si lascia andar via il compagno che non si trova più a suo agio nella relazione di coppia.

Tutte le storie dovrebbero finire per iniziativa onesta di chi si accorge e sente di non amare il compagno. Una relazione è tanto complessa, nell’inizio, nella gestione, nella fine.